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Paglia


È solo dal XVIII secolo che si può parlare di produzione di paglia fiorentina. Dopo anni di sperimentazione, l’attività mostra un successo insperato: da Signa, e dunque dai dintorni di Firenze la paglia per tutto l’800 raggiunge il porto di Livorno mediante la ferrovia che prevede la fermata di Signa, e i suoi Leghorn hats (l’esportazione dei cappelli avveniva dal Porto di Livorno, da cui Leghorn) riscuotono un successo grande, tale da essere richiesti in molte parti d’Europa e alla fine degli anni 20 dell’800 si commercializza anche in America. Le fogge e i modelli variano a seconda delle zone di produzione. A Signa prevale la treccia a maglia, mentre a Fiesole, si confezionano i “bigherini” lavorati a telaio. Il successo più grande è decretato dal “canotto” o “paglietta” fino ai primi anni ’30 del ‘900 quando il settore comincia un lento declino, passando per cappelli di truciolo, rascello, e materie sintetiche chiamate “fantasia”. Nel secondo dopoguerra il cappello diviene fuori moda, e la produzione cessa quasi completamente. Ma i cappelli non sono gli unici prodotti richiesti: un’ antica tradizione delle campagne fiorentine vanta la produzione di rivestimenti di fiaschi e dame per olio e vino e l’impagliatura delle sedie, oppure cesti, canestri e “corbelli” intrecciati a mano.

Oggi la materia prima che viene commerciata a Firenze è caratterizzata perlopiù da trecce già intessute, proviene quasi esclusivamente dalla Cina. Quello che è invece importante sottolineare è la ricchezza dei modelli, delle forme e dei colori dei cappelli, patrimonio storico nelle mani di pochi artigiani che continuano ancora oggi a esportare nel mondo questo tipo di artigianato fiorentino nonostante la vasta crisi di identità e di tipicità del prodotto artigianale di paglia.

     
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